3. Economia Sanitaria



 L’economia sanitaria è stata considerata per decenni, in Italia, una disciplina per pochi  “addetti ai lavori” ricoprendo un ruolo del tutto marginale nel nostro Paese.  La situazione  è notevolmente cambiata  ed a partire dall’inizio degli anni ’90  sta ricevendo una notevole attenzione e può essere definita una specializzazione in grande evoluzione. E’ aumentata, infatti, la consapevolezza della scarsità delle risorse e l’attenzione nei confronti della valutazione economica delle strutture sanitarie e  della introduzione di strumenti volti all’analisi ed al controllo dei costi di produzione. E’ noto che la salute non può essere considerata  come un bene economico qualunque, ma come  un bene con caratteristiche molto peculiari (il problema dell’incertezza, la razionalità del consumatore, la caratteristica di bene pubblico, la caratteristica di bene meritorio, il problema delle esternalità, ecc.). Pertanto le leggi economiche che regolano il  “mercato “ sanitario debbono essere considerate con estrema prudenza. Sicuramente il contributo importante che questa disciplina può apportare in campo sanitario è il criterio della razionalità economica che non può sostituirsi ad altri,  ma deve essere considerato come un criterio in più da affiancare ad altri che mantengono tutta la loro importanza come ad esempio il criterio etico, il criterio clinico, il criterio sociale e il criterio politico.

La spesa sanitaria in Italia

 Negli ultimi quindici anni la spesa sanitaria ha avuto, in Italia, una crescita costante sia in termini assoluti che in rapporto al Prodotto Interno Lordo (PIL). Le principali cause che hanno influenzato la spesa sanitaria nel nostro Paese, sono state : l’aumento della vita media della popolazione,  l’aumento dei costi legati alle nuove tecnologie ed ai metodi di cura, i mancati investimenti nella ricerca e nella prevenzione, la carenza di una buona organizzazione territoriale e le non ben definite modalità di competizione tra pubblico e privato.
Dopo l’incremento di spesa, perdurato fino al 1991, si è riscontrata una marcata flessione ed attualmente si può affermare che  la spesa sanitaria pubblica italiana  è “sotto controllo” . Considerando il periodo 1989-1995,  in termini  correnti si è passati da un valore di 96.550 miliardi ad un massimo di 115.490 miliardi nel 1991, per poi diminuire a 95.269 miliardi nel 1995. Anche esprimendo l’andamento in valori costanti della moneta sul 1995, vi è stata una leggera ma significativa flessione di circa 1.300 miliardi sul 1994. (Figura1).
 
 

                Fonte : Ministero della Sanità - Servizio Centrale per la Programmazione Sanitaria

 
Considerando l’incidenza della spesa sanitaria corrente sul PIL (Figura 2), si osserva che nel 1995 il valore del rapporto pari a 5,6% è sceso al disotto di quello del 1989 (5,8%), dopo aver toccato una punta massima del 6,6% nel 1991.


 
Dal raffronto della situazione italiana con alcuni Paesi OCSE (Figura 3),  si può sottolineare che  l’incidenza sul PIL, sia della spesa sanitaria pubblica(5,6%) che di quella totale (7,7%) si colloca  tra i valori più bassi .

 

Il problema specifico del nostro Paese consiste nel fatto che si sono verificate profonde trasformazioni demografiche, sia in termini di riduzione della natalità che di aumento della vita media, con condizioni, quindi, di invecchiamento più veloce e marcato rispetto ad altri Paesi e con tendenza ad un forte aumento dei consumi sanitari.
Quali sono le prospettive  nei prossimi decenni ? Sarà possibile ridurre ulteriormente l’incidenza di  PIL da destinare alla sanità o dobbiamo orientarci ad operare in un quadro di stabilità della spesa sanitaria rispetto alla ricchezza nazionale prodotta ?
Di fatto si può considerare che soltanto mantenere un rapporto costante fra spesa sanitaria e PIL comporta una notevole riduzione dei consumi sanitari a livello individuale ed in base alle previsioni sull’andamento demografico nel  lungo periodo la spesa sanitaria è destinata “inevitabilmente” ad aumentare.
Il dibattito è aperto sulle varie proposte per il contenimento della spesa sanitaria che vanno da un forte incentivo alla prevenzione, ad una più razionale allocazione delle risorse, ad un concreto snellimento delle pratiche burocratiche, ad una  consistente riduzione delle prescrizioni di analisi strumentali e di laboratorio fino all’aumento dell’assistenza domiciliare (con costi stimati di circa 100.000 lire al giorno) con conseguente diminuzione dei ricoveri ospedalieri il cui costo medio per giornata di degenza si colloca intorno alle 500.000 lire.
“E’ chiaro che occorre muoversi in una ottica di risorse limitate, e che bisogna perciò razionalizzare quelle che sono disponibili. In questo senso i vincoli  che si vanno introducendo i tutti i Paesi possono anche costituire un duplice stimolo : verso una maggiore efficacia della spesa ai fini del miglioramento delle cure e verso l’acquisizione di risorse aggiuntive per la salute, che non siano soltanto quelle monetarie, tecniche e professionali : le risorse cioè della prevenzione primaria, dell’istruzione, del miglioramento ambientale, dei comportamenti personali, della partecipazione” (Berlinguer e Geddes, 1997). 


 
 
 
 

Spesa sanitaria e modelli organizzativi dei sistemi sanitari 

    Dall'esame dei dati relativi alla spesa sanitaria totale pro-capite (Figura 4) in relazione ai modelli organizzativi dei sistemi sanitari schematicamente denominati in Paesi con SSN e Paesi senza SSN (sistema assicurativo, con casse mutue senza fini di lucro o assicurazioni volontarie con presenza di organizzazioni for profit), si rileva che i Paesi con SSN spendono meno di quelli che ne sono privi. I motivi principali di questa situazione sono:

 
 ChartObject Figura 4 - Spesa sanitaria totale pro-capite in (ppa$)* in relazione al modello organizzativo del Servizio Sanitario in alcuni Paesi OCSE, 1994
 
 
 
 
 

Dall'analisi dei dati relativi alla spesa sanitaria pubblica pro-capite (Figura 5), paradossalmente, questa risulta superiore in valore assoluto nei Paesi privi di SSN rispetto a quella dei Paesi con SSN, dove però sono garantiti, almeno teoricamente, livelli uniformi di assistenza.
 
 ChartObject Figura 5 - Spesa sanitaria pubblica pro-capite (ppa$)* in relazione al modello organizzativo del Servizio Sanitario in alcuni Paesi OCSE, 1994

 

Anche i ceti medi e medio alti, che sopportano il peso maggiore dell'assistenza sanitaria tramite la tassazione diretta o indiretta sui consumi, trarrebbero sicuramente vantaggio dalla presenza di un SSN rispetto ad un modello assicurativo, seppur no-profit, come quello delle Casse Mutue di malattia

Riferendoci, infine, ai livelli di efficienza i relazione ai modelli organizzativi dei sistemi sanitari (Figura 6), se si fa eccezione per il Portogallo, emerge con chiarezza un livello di maggior efficienza proprio nei Paesi provvisti di SSN.

 ChartObject Figura 6 - Efficienza dei sistemi sanitari nei Paesi OCSE in relazione al modello organizzativo, 1993